“Sólo un Dios puede salvarnos”. Leonardo Boff

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Português: (Photo credit: Wikipedia)

 

“Sólo un Dios puede salvarnos”

24/05/2013
 

La crisis de nuestra civilización científico-técnica exige más que explicaciones históricas y sociológicas. Reclama una reflexión filosófica que desemboca en una pregunta teológica. Quién lo vio claramente fue Martín Heidegger (1889-1976), incluso antes de que hubiese surgido la alarma ecológica. En una famosa conferencia en Munich en 1955 “Sobre la cuestión de la técnica” en la que estuvieron presentes Werner Heisenberg y Ortega y Gasset, dejó claro el riesgo que corren el mundo natural y la humanidad cuando se dejan absorber totalmente por la lógica intrínseca de este modo de pensar y actuar que interviene y manipula el mundo natural hasta sus últimas capas, para sacar beneficios individuales o sociales. La cultura científico-técnica ha penetrado tan profundamente en la comprensión de nosotros  mismos que ya no podemos entendernos ni vivir sin esta muleta introyectada en nuestro propio ser y estar en el mundo.

Representa la convergencia de dos tradiciones de la filosofía occidental: la platónica de cariz idealista transfigurada por la orientación cristiana, y la aristotélica, más empírica, que es la base de la ciencia. Se fusionaron en el siglo XVII desde Descartes y fundaron la  tecno-ciencia moderna, el paradigma dominante. Este modo de ser pone su interés en cómo son las cosas, cómo funcionan y cómo nos pueden ser útiles, no el milagro de que las cosas sean, confrontadas con la nada. Nos separamos del mundo natural para entrar profundamente en el mundo artificial. Hemos perdido la relación orgánica con las cosas, las plantas, los animales, las montañas y los propios seres humanos.

Todo se convierte en instrumento para una finalidad. No vemos al ser como una persona portadora de un propósito, sino su fuerza de trabajo, ya sea física o intelectual, que puede ser explotada. Si se puede hacer algo se hará sin ninguna justificación ética. Si podemos desintegrar el átomo no hay por qué no hacerlo y construir la bomba atómica. Si podemos tirarla sobre Hiroshima y Nagasaki, ¿quién lo impedirá? Si puedo manipular el código genético, no hay límite moral o ético que lo pueda restringir. Y hacemos las experiencias que nos parecen interesantes y útiles para el mercado y para una cierta calidad de vida.

Heidegger nos advierte que la tecnociencia ha creado en nosotros un dispositivo (Gestell), una forma de ver que considera todo como cosa a nuestra disposición. Ha colonizado todos los espacios y sometido todos los saberes. Se ha convertido en un motor que se acelera de tal manera que ya no sabemos cómo detenerlo. Nos hemos convertido en sus rehenes. Nos dicta qué hacer o dejar de hacer. En este punto, Heidegger señala el altísimo riesgo que corremos como naturaleza y como especie. La tecnociencia afecta a los fundamentos que sustentan la vida y ha generado tal fuerza destructiva que puede exterminarnos a todos. Los medios ya están construidos y están ahí a nuestra disposición. ¿Quién sujetará la mano para no desencadenar el Armagedón natural y humano? Esa es la gran pregunta que nos debería ocupar como personas y como humanidad, y menos el crecimiento y las tasas de interés.

La respuesta intentada por Heidegger es una Kehre, una “vuelta” que significa una transformación. Este es el propósito final de todo su pensamiento, tal como se revela en una carta a Karl Jaspers: ser el celador de un museo que quita el polvo de los objetos de manera que se puedan ver. Como filósofo se proponía (es una pena que use un lenguaje tan terriblemente complicado) remover lo que cubre lo habitual y lo cotidiano de la vida. Al hacer eso ¿qué revela? Nada, sino lo que nos rodea y que constituye nuestro ser-en-el-mundo-con los demás y con el paisaje, con el cielo azul, con la lluvia y con el sol. Y dejar que las cosas se vean tal como son; no nos oprimen, sino que están, tranquilas, con nosotros en casa.

Fue a buscar inspiración para este modo de ser en los presocráticos, especialmente en Heráclito, que vivían el pensamiento originario antes de que se transformase con Platón y Aristóteles en metafísica, base de la tecnociencia. Pero teme que sea demasiado tarde. Estamos tan cerca del abismo que no podemos volver atrás. En su última entrevista a Der Spiegel en 1976 publicada post-mortem dice: “Sólo un Dios puede salvarnos.” La pregunta filosófica por el destino de nuestra cultura se ha convertido en una cuestión teológica. ¿Va Dios a intervenir? ¿Permitirá la autodestrucción de la especie?

Como teólogo cristiano diré con San Pablo: “la esperanza no defrauda” (Rm 5,5), porque “Dios es el soberano amante de la vida” (Sb 11,26). No sé cómo. Sólo espero.

Leonardo Boff es autor: Proteger la Tierra, cuidar la vida: cómo escapar del fin del mundo, Sal Terrae 2011.

Traducción de María Jose Gavito Milano

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“Solo un Dio può salvarci”

24/05/2013
 

“Solo un Dio ci può salvare”. La crisi della nostra civiltà tecnico-scientifica esige più che non semplici spiegazioni storiche e sociologiche. Essa richiede una riflessione filosofica che sfoci in una questione teologica.

Chi ci ha visto chiaro è stato Martin Heidegger (1889-1976), addirittura prima che sorgesse l’allarme ecologico. Nel 1955, a Monaco, in una famosa conferenza “Sulla questione tecnica”, presenti Werner Heisenberg e Ortega Y Gasset, lui mise in luce il rischio che il mondo della Natura e l’Umanità corrono quando si lasciano compenetrare totalmente dalla logica intrinseca a questo modo di pensare e di agire, che interviene e manipola il mondo naturale fino alle estreme profondità, per averne in cambio benefici individuali o sociali.

La cultura tecnico-scientifica è penetrata a tal punto nella nostra auto comprensione che ormai non riusciamo a capire noi stessi né a vivere senza questa stampella che abbiamo introiettato nel nostro stesso essere e nello stare-nel-mondo. Questa rappresenta la convergenza di due tradizioni della filosofia occidentale: la platonica, di stampo idealista, trasfigurata dall’incorporazione cristiana e aristotelica, più empirica, che sta alla base della scienza. Le due tradizioni si sono fuse nel secolo XVII a partire da Cartesio e hanno fondato la tecno-scienza moderna, il paradigma dominante. L’interesse di questo modo d’essere riguarda le cose come sono, come funzionano e come possono essere utili e non il miracolo di quello che le cose sono, confrontate con il nulla . Noi ci siamo separati dal mondo naturale per entrare fino alle estreme profondità nel mondo artificiale. Abbiamo perduto la relazione organica con le cose, le piante, gli animali, le montagne e con gli stessi esseri umani . Tutto diventa strumento per fare qualche cosa. Non vediamo l’essere umano come persona, portatrice di un progetto, ma vediamo la sua forza lavoro, sia fisica sia intellettuale che può essere sfruttata. Se qualche cosa può essere fatto, sarà fatto senza nessuna giustificazione etica. Se possiamo disintegrare l’atomo non esistono ragioni per non farlo e costruire una bomba atomica. Se possiamo lanciarla su Hiroshima e Nagasaki chi lo impedirà? Se posso manipolare il codice genetico non c’è limite morale o etico che lo possa impedire . E facciamo le esperienze che stimiamo interessanti e utili per il mercato e per una certa qualità di vita.

Heidegger ci avverte che questa tecno-scienza ha creato in noi un dispositivo (Gestell) , un modo di vedere che considera tutto come qualcosa a nostra disposizione. Ha colonizzato tutti gli spazi e soggiogato tutti i saperi. Si è trasformato in un motore che ha subito una tale accelerazione, che ormai non sappiamo più come fermarlo. Siamo suoi ostaggi. E’ lui che ci ordina quel che va fatto e quel che non va fatto. A questo punto Heidegger ci indica l’altissimo rischio che corriamo come natura e come specie. La tecno-scienza interessa le basi che sostengono la vita e ha creato una forza distruttiva tale che ci può sterminare tutti. I mezzi sono già costruiti e stanno lì a nostra disposizione . Chi fermerà la mano perché non scateni la soluzione finale per la natura e per gli umani? Questa è la domanda delle domande che dovrebbe tenerci occupati come persone singole e come umanità e mettere in subordine crescita e tassi di interesse.

La risposta tentata da Heidegger è una Kehre, un “Rigiro” che significa una conversione a U. Questo è il proposito finale di tutto il suo pensiero, come ha rivelato in una lettera a Karl Jaspers: essere custode del museo e togliere la polvere dagli oggetti per farli vedere . Come filosofo si proponeva (peccato che usi un linguaggio terribilmente complicato) di rimuovere quel che copre l’abituale e il quotidiano della vita . A causa della sofisticazione tecnico-scientifica lui si ridusse a essere smemorato, astratto e rigido. Facendo questo, che cosa appare? Niente, se non quello che ci circonda e costituisce il nostro essere-nel-mondo-con-gli altri e con il paesaggio, con l’azzurro del cielo, con la pioggia e con il sole. E’ permettere di vedere le cose così come sono; esse non ci opprimono, stanno tranquille, con noi in casa.

E’ andato ad attingere ispirazione, per questo modo di essere, nei pre-socratici e particolarmente in Eraclito: loro vivevano il pensiero originario prima che si trasformasse, con Platone e Aristotele, in metafisica, base della tecno-scienza. Comunque ha il sospetto che sia troppo tardi. Siamo così vicini all’abisso che non abbiamo mezzi per tornare indietro. Nella sua ultima intervista allo Spiegel del 1976 , pubblicata postuma, dice: ”Solo un Dio ci può salvare”. La questione filosofica sulla nostra cultura si è trasformata in una questione teologica. Dio interverrà? Permetterà l’autodistruzione della specie?

Come teologo cristiano, dirò come San Paolo: “La speranza non ci inganna” (Rm 5,5), perché ”Dio è il sovrano amante della vita”(Sap 11,26). Non so come. Solo una speranza.

Leonardo Boff è autore di Proteggere la Terra-aver cura della vita: come sfuggire alla fine del mondo, Record, Rio, 2012.

Traduzione di Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.com

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